lunedì 6 febbraio 2017

FRANK

Frank  di Lenny Abrahamson
Quando mi apprestai a guardare Frank, film del 2014 diretto da Lenny Abrahamson, non sapevo cosa aspettarmi. La locandina era abbastanza eloquente, con il testone di cartapesta inespressivo del protagonista ad occupare la scena, un misto di comicità naїve ed esistenzialismo (credevo) gratuito.  L’idea del testone prende ispirazione dal personaggio ideato nel 1984 dal comico e musicista inglese Christopher Sievey: il suo alter ego era costituito, appunto, da una gigante testa di cartapesta , Frank Sidebottom. Nella seconda metà degli anni 80 diventò un idolo in Gran Bretagna. Il suo sogno di diventare un cantante pop strideva con la sua voce e la sua autostima, più che eccessiva sembrava ingenua. La vicenda del film è narrata da Jon Ronson (Domhnall Gleeson) , tastierista per caso del gruppo di Frank, impronunciabile: i Soronprfbs  . Ne entra a far parte durante un live finito male, col tentativo di suicidio del primo tastierista, che già all’inizio rivela il trend della band, formata da elementi psicolabili ma incredibilmente creativi. L’enigmatico ma carismatico leader, Frank, è interpretato da Michael Fassbender. Durante il film scopriremo le varie identità e il passato dei suoi componenti: uno dei personaggi di spicco è Clara (interpretata da Maggie Gillenhaal), nemesi del nuovo tastierista fin dall’inizio, sacerdotessa del disagio innamorata del testone, con un passato da clinica psichiatrica, come del resto gli altri componenti. Ma se all’inizio ho quasi storto il naso su alcune scelte anche prettamente grafiche (come la comparsa dei commenti su youtube del protagonista man mano che si addentra nell’avventura introspettiva della band), in seguito ho percepito le motivazioni dietro queste scelte, e il senso della storia ‘visual’ accanto a quella interiore. Il contrasto di unità di misura tra un mondo social ma virtuale, e quello asociale e romantico della band, la vera identità di Frank dietro il suo testone enorme che si impone sulla scena con le sue insicurezze e goffaggini, le dinamiche all’interno del gruppo che cerca l’ispirazione per un nuovo album nella sterminata campagna, praticamente rapendo il nuovo tastierista, voce narrante e unico punto di vista quasi oggettivo tra l’arte disinibita e intimista e il mondo spietato e superficiale della realtà . Prima di essere ingaggiato era infatti un impiegato, ed è l’unico, appunto, ad aggiornare il profilo youtube del gruppo e a collezionare ‘mi piace’ dal mondo esterno, con cui si tiene in contatto un po’ per fare pubblicità alla band, e un po’ per salvarsi dalla totale follia. Frank è interpretato in maniera magistrale da Michael Fassbender, che dimostra così di non aver bisogno di far leva sul proprio aspetto fisico e sulla propria mimica facciale per plasmare un personaggio misterioso ma dotato di grande sensibilità. Di solito, prima di guardare un film, si attribuisce alla sua durata una trama più o meno complessa, o comunque un impegno emotivo direttamente proporzionale ai minuti della visione. Nel caso di Frank, che dura un’ora e mezzo circa, la proporzione è invertita: gli intrecci sono resi in una costellazione di piccoli momenti chiave diluiti nell’alternanza tra il mondo reale e quello surreale della band. I mi piace su youtube dati da un pubblico ignaro delle turbe psichiche dei musicisti; la vicenda personale del tastierista, da uomo comune a testimone della catarsi creativa della band, accanto a quella di Frank, uomo non comune che mai lo sarà e che si è arreso (apparentemente) alla sua diversità, facendone una bandiera che cela il disperato bisogno di essere compreso: il tutto si trasforma , per lo spettatore che abbia una qualsiasi ambizione artistica, in una profonda parabola la cui conclusione farà commuovere anche i più scettici. E perché fa commuovere? Perché è la parabola di tanti artisti incompresi che per loro natura non riescono ad accettare alcun fattore dello show business, in quanto business e in quanto show: ovvero la commercializzazione di uno spettacolo che però nasce dallo spirito dell’artista, il quale mette la sua carne -e la sua testa- alla mercè di un pubblico spietato, pigro e superficiale. L’epilogo vi farà riflettere su una zona grigia tra il bianco dei riflettori e il buio dell’anima: una zona in cui, nonostante il pubblico e l’artista siano distanti e reciprocamente incomprensibili,  rimane intaccata la speranza di un contatto in un ‘I love you all’.
Annachiara Innocenzio

JIM JARMUSH – ONLY LOVERS LEFT ALIVE

JIM JARMUSH – ONLY LOVERS LEFT ALIVE   (2013)   durata: 123 min
Intessitura musicale, citazioni cinematografiche e letterarie, critica politica e sociale, romanticismo noir, suicidio, immortalità. Se riuscite a immaginare un film che li contenga tutti, con l’intramontabile talento ironico e sornione di Jim Jarmush, allora avete immaginato il suo ultimo capolavoro, ‘Only Lovers Left Alive’ , del 2013. Solo gli amanti sopravvivono…non fatevi ingannare dal titolo. La storia è quella di due vampiri, Adam e Eve (Tom Hiddleston e Tilda Swinton) , immortali, che però hanno abbandonato il classico assalto al collo per dedicarsi a un modo di rifornirsi molto più elegante e classy, ovvero corrompere medici, farmacisti e chi di dovere per ottenere litrazzi di sangue umano già imbottigliato. I due, però, non vivono insieme (immaginateli uno affianco all’altra durante tutta la storia dell’uomo… ). Adam vive a Detroit, decadente e opprimente, dove il Michigan Teatre diventa un parcheggio dalle volte stupende ma in rovina, e dove si dice che Henry Ford abbia presentato il primo modello di una sua macchina…Il vampiro è un musicista, e l’unico zombie (essere umano, come viene definito dai vampiri) con cui sembra avere una sorta di legame è Ian, un ragazzo innocuo.Eve vive invece a Tangeri, dove può leggere libri in tutte le lingue del mondo semplicemente passandoci sopra il dito (gli esami universitari, per questa donna, sarebbero barzellette, in pratica), e sfoggiare look sempre impeccabili mentre si rifornisce di sangue grazie al suo amico vampiro Christopher Marlowe(John Hurt), cosa che invece Adam fa recandosi da un medico in ospedale, e presentandosi ogni volta con il nominativo ‘Doctor Faustus’ , mentre poi il dottore lo chiama , scherzando, anche ‘Dottor Caligari’ e ‘Dottor Stranamore’. Quando prenotano dei voli, invece, perché sì, sono vampiri ma non pipistrelli, e in quanto tali non volano o non si teletrasportano…lo fanno sempre con nomi emblematici, altre citazioni sparse qua e là, come ad esempio ‘Stephen Dedalus’ (protagonista dell’Ulisse e di Il ritratto dell’artista da giovane di James Joyce)oppure ‘Fibonacci’. Insomma,inizialmente essere un vampiro sembra avere solo pro, con l’unico contro di doversi rifornire di sangue periodicamente. Sembra essere una grande figata. Una montagna di sapere, una montagna di ricordi, di conoscenze importanti e di spirito critico e cinico verso l’umanità, che vista dai loro occhi e raccontata da loro, assume tutta la stupidità di cui è degna, la pigrizia mentale e l’autodistruzione fisiologica che ne consegue. Quando Adam chiede a Eve, in una delle loro elucubrazioni random, ‘sono arrivati a farsi la guerra per l’acqua?’ e Eve risponde, ‘no , sono ancora al petrolio…si svegliano ancora troppo tardi’, si ha una sintesi di quello spirito.  Tutto questo carico, strati su strati di reminiscenze, inizia ad appesantire la mente di Adam, che già di suo non è una persona allegrissima, e persino con tutti i litri di sangue che si scola si sente sempre più morto, finchè non lo raggiunge Eve e il film prende un’altra piega (che non dirò…). Jarmush come sempre mette la musica in primo piano, con una colonna sonora preziosa  e azzeccata, che va da Wanda Jackson ai Black Rebel Motorcycle Club passando per i White Hills (presenti anche nel film),e una collaborazione con gli Sqürl di Josef Van Wissem, ormai fratello artistico di Jarmush per quanto riguarda le colonne sonore. A proposito di musica e di, se così vogliamo chiamarle,frecciatine, un'altra piccola citazione, stavolta di Adam. Quando ascolta per la prima volta una donna, Jasmine Hamdan, cantare in un locale a Tangeri, si innamora della sua voce e dice a Eve: ‘questa ragazza è fantastica’ e lei commenta: ‘è libanese,sono sicura che diventerà famosa’…ma lui risponde cinico, ‘io spero di no:è troppo brava per esserlo’. Molti potrebbero pensare ai film come Only Lovers Left Alive come a dei collage dei gusti personali del regista, con le sue fissazioni musicali e col suo mood elegantemente noir. Ma anche nelle citazioni, nei riferimenti, anche nel ritagliare e assemblare i pezzi del suo collage Jarmush ha espresso se’ stesso in ciò che ha voluto citare, in ciò che ha voluto scegliere, come hanno fatto Adam e Eve nell’ultima scena e come avevano già fatto per arrivare a sopravvivere: perché, infatti, immaginando le loro millenarie esperienze e tra innumerevoli possibilità, quei due avevano scelto di diventare lui un musicista noise e nostalgico e lei una cultrice dello spirito pseudo hippie?
Annachiara Innocenzio

Freddy Hend "ReincarnAction"

Freddy Hend "ReincarnAction" (EnZone Records)
Freddy Hend e Anne Morrighan sono un duo particolare in quanto possessori sia di un’anima grunge che una cantautorale, sicuramente un bel connubio che porta a risultati a volte ammirevoli, a volte più scontati. Bella la traccia che ci introduce al lavoro All That Remains, una sorta di David Bowie più oscuro, immerso nel malinconico sound degli Alice in Chains, intensa melodia e toccante interpretazione vocale, suadenti le trame musicali.  Gli episodi successivi sono sicuramente più riconducibili al classico grunge di Jerry Cantrell & co.: Always In You, Fallin' Stars, Incarnation e I Know You seppur ben suonate, non brillano infatti per originalità, sono ballads ricche di chitarre acustiche ed assoli decadenti che a volte ricordano anche i Guns’n’Roses di Lies. Meritevole di menzione il flauto dell’ultimo dei quattro pezzi, che dona un'aria più progressive al sound. Lonely flower è il sesto brano della tracklist e, pur mantenendo l'atmosfera di Seattle, possiede un groove più accattivante e un bellissimo cambio di tempo post-ritornello; più rockeggiante e distorta la successiva My Heart Is Bleeding, dove affiorano i Soundgarden; piacevole Soul Free nella quale si percepisce un'atmosfera più vicina a Jeff Buckley, supera l'esame anche la cover dei Tears for Fears, Woman in Chains. ReincarnAction è un prodotto ben confezionato pur se non molto originale, si poteva fare di più sicuramente, ma è comunque godibile ed orecchiabile.
Andrea Roddi

SERENA BARATTI

Ciao e benvenuta su Suoni del Silenzio…Ciao Antonio, grazie dell’accoglienza! E felice di essere dei vostri! 
Quando sboccia la cantautrice Serena N. Baratti?Il mio primo “vero impegno artistico" in ambito discografico è stato realizzato con Simone Papi (musicista, arrangiatore e produttore per artisti italiani quali Raf, Alessandra Amoroso, Laura Pausini, Mia Martini) con i singoli 'Le buone maniere (non dirmi)' e ‘Strana’, con il quale ho partecipato al Festival di San Marino nel 2004 e al Tim Tour a Trieste nel 2005. Successivamente ho partecipato a due tour in Lisbona e in Barcellona, concorsi musicali e trasmissioni radiofoniche e televisive locali e italiane. Nel 2008 ho realizzato il mio primo videoclip musicale del singolo 'Oltre’ (regia Giorgio Laini) e poi ho fatto un periodo di fermo nella scrittura per varie vicissitudini della vita, tra cui una malattia. Da questo evento in particolare è nato il disco che sto promuovendo da un anno dopo 3 anni di lavoro..
Metro di distanza, parlateci un po di questa fatica artistica… "Metro di Distanza” è il mio primo lavoro completo discografico autoprodotto. Co-arrangiato da Christian Codenotti nelle idee musicali, mixaggio e mastering presso "Ritmo e Blu studio". E’ un progetto che ha richiesto tre anni di lavoro alternando periodi di sosta forzata a intensa attività artistica di produzione in studio. E’ un album dal sapore pop rock, agrodolce e al contempo intimo e sfacciato, ricco di momenti in alternanza tra quiete e tempesta che determinano attimi inaspettati per l’ascoltatore. E’ un rock al femminile, estremo nell’espressione di sfaccettature emotive, un “viaggio” scelto per “darsi il diritto” di vivere parti di sé.. per poi lasciarle andare.
 
Cosa porta ad un artista di scegliere di intraprendere una carriera solista e cosa lo lega a collaborare con altri musicisti?Dipende sia dall’attitudine dell’artista ma soprattutto da come vengono scritte le canzoni. Nel mio caso, io creo la canzone partendo il più delle volte dal testo,  pertanto la collaborazione dell’insieme musicale si sviluppa in seconda fase, quando giò è nata un’idea del tema scritto e una bozza del sonoro.

Come vedi la situzione musicale in Italia e nella tua zona?Credo che attualmente ci sia ancora più difficoltà rispetto a un tempo dato che non esiste quasi più nè una cultura musicale in Italia nè soprattutto investimenti in questo campo e come in tantissimi ambiti artistici o culturali questo riflette la situazione attuale politica .La musica non viene considerata a “livello” degli altri investimenti (già minimi) attuati, anzi. Per non parlare del fattore Siae che non aiuta per niente la musica ad espandersi. Siamo un Paese talmente talentuoso in questo campo che è ironico che la maggior parte dei musicisti che vogliono davvero vivere come lavoro la musica, debbano spesso andarsene in altri Paesi. Siamo arrivati ad un punto dove il cambiamento deve partire dal singolo anzitutto e da lì  può nascere sempre più un insieme di persone che vivono diversamente la musica. Serve un cambio di coscienza nel singolo che si espanda poi nell’insieme. Per questo non bisogna arrendersi, anzi. Continuare a trovare nuovi modi per far vivere la musica per creare insieme nuove possibilità. A Brescia abbiamo un’attenzione particolare alla musica.Ogni anno per esempio viene organizzata la Festa Della Musica  e rispetto ad altre città vicine del nord Italia che scarseggiano notevolmente nel proporre serate musiciali, a Brescia c’è ancora un discreto movimento . Questo grazie all’entusiasmo delle persone. Dobbiamo lavorare sul valore, sul non svendere questa preziosa risorsa o reprimerla perchè oltre ad essere un valore aggiunto, ripeto, siamo davvero un Paese di grandi talenti musicali.

Cosa vuoi  esprimere con i tuoi suoni?Per la realizzazione di tutte e 11 le tracce è stato scelto di registrare le parti ritmiche (batteria e basso) in una sola sessione live d’insieme. Questo conferisce una preziosa nota di vivacità umana e dà anima al carattere rock del disco. Musicalmente l’album denota influenze trasversali da Sigur Ros, Radiohead a Tom Waits a Lisa Loeb.
 
Novità per il futuro?Voglio continuare ad indirizzare le parole della mia musica verso la parte più profonda di noi, perchè arrivi a un piano di ascolto e di coscienza diverso. La musica è sacra (noi siamo vibrazione) e arriva come un messaggio diretto molto più delle parole. Figuriamoci poi se anche le parole hanno un intento profondo. Nelle prossime canzoni e/o video del disco  l’intenzione è quella di far trasparire sempre  più visivamente cosa sta dietro al brano. Attualmente sto lavorando in studio per un nuovo singolo, OMBRA CINESE. Pensavo uscisse a Gennaio, ma sta prendendo una diversa forma di realizzazione in studio rispetto a come era pensata all'inizio. Ci saranno delle belle novità. 

Cosa ti  senti  di dire alle nuove generazioni musicali?Al di là di ciò che ho già detto, credo che la cosa importante sia non perdere di vista la spinta che ci porta a fare musica. Se siamo un vaso pieno allora non possiamo far altro che scrivere, cantare, suonare.. la musica sgorga, trabocca. La musica deve renderci felici mentre la si fa e la si vive. Se andiamo su un palco agitati per il giudizio ci perdiamo il momento magico ed unico che abbiamo la possibililtà di vivere e creare attraverso la musica. Quello che consiglio è di godersela. Inoltre è importante impararla bene. Se per esempio si è cantanti è fondamentale imparare l’uso della respirazione e della voce, se si è musicisti è imporatante conoscere bene lo strumento, esercitarsi. Poi, nell’esibizione, è fondamentale divertirsi. Questo arriva a chi ascolta. La musica è uno strumento prezioso che abbiamo anche nel nostro corpo, sopratttutto nelle nostre corde vocali. Coltivare la curiosità è il consiglio che mi sento di dare.

Nelle tue tante collaborazioni artistiche quale ti rimane più impressa e qual è quella che ti ha lasciato più delle altre un segno artistico maggiore?Essendo cantautrice, quello che amo di più è il momento della creazione del brano; per cui quando ho potuto collaborare con grandi arrangiatori alla cura degli arrangiamenti, durante il lavoro in studio di registrazione del disco o dei singoli, ho avuto l’opportunità di vivere anche quell’aspetto professionale e creativo che ho scoperto piacermi tantissimo. Inoltre, il mettermi in gioco con autori professionisti (nell’ambito della musica pop) nella scrittura dei testi a più mani è stata un’esperienza che mi ha davvero fatto crescere.

So che sei anche un abile ballerina, meglio la musica o il ballo?Sono stata ballerina di capoeira per molti anni. Il ballo è un’altra forma di espressione della vita molto importante, ma nella mia predisposizione ha sicuramente vinto la passione per la voce, infatti ho potuto sperimentare la musicoterapia, la psicofonia, il canto armonico, l’uso dei mantra e una ricerca personale nel trovare il proprio suono che rappresenta la ricerca di unione con la nostra percezione di esprimere d’anima.
 
Attualmente sei voce del duo acustico Acoustic Karma con il chitarrista Nicola Mauri, come nasce questo progetto?Il progetto nasce dal 2010, le nostre strade già incrociate in passato più volte a livello musicale si sono unite in questa idea di duo. Proponiamo in un live unplugged tutta l'energia dei classici del rock, dagli anni '70 ad oggi. Accanto agli immancabili Evergreen, trovano spazio capolavori del passato spesso dimenticati che rivivono grazie ad un mix accattivante di ritmo, energia e creatività. L’esibizione è sempre diversa in base alla tipologia del locale, così accade che gli AK si trasformino in AKoustic Music Live per una cena a lume di candela...

Parlaci del tuo ultimo video clip musicale…Ad ottobre è stato presentato su youTube il video del secondo singolo estratto del disco #metrodidistanza “Cura di me” che parla di una storia, una storia di vita. Una ferita, di abbandono.. Scoprire che ci si si può riprendere solo se si inizia ad andare prima verso di sé. Ed è lì che accade.. incontri il tuo bambino interiore che ti sussurra PRENDITI "CURA DI ME" ORA.. Andare incontro al/alla bambino/a interiore significa attivare un nuovo e profondo accordo di amore con quella parte di noi che rappresenta la nostra verità, perché è a contatto con i nostri bisogni più profondi.. e da lì inizia davvero un nuovo percorso di amore verso noi stessi e di rinascita.
Intervista a cura di Antonio Di Lena

venerdì 16 dicembre 2016

SIRENIA “The 13th Floor”

SIRENIA “The 13th Floor” (Nuclear Blast) Una dorata coltre di nebbia svanisce per mezzo di sonorità elevate all’invocazione di anime reiette, musicate per periodi di lucidità come di eccesso, alternati con inganno artistico. Ai cori di una lirica effervescente è dato il compito di localizzare il lavoro nelle fasi concettuali, proiettato per le digressioni sanguinolente del metal lasciandosi toccare da un vanto in pillole di freschezza armonica, rigettate al minimo impatto del cantato strattonabile dalle folate di batteria. L’accelerazione è degna di un rock analogico, sostanzialmente compatto, pensato per sfondare negli spazi di sound chiusi improvvisamente da quella parentesi acustica, che pareva impensabile ma che puoi notarla in “The seventh summer”, il pezzo che per tale circospezione non riuscita si distingue in negativo. Perpetua flemma si pone in orizzontale al raziocinio degli spostamenti tra le stanze dell’intimo umidificato dal cambio delle stagioni della Vita. Gl’incisi si elasticizzano per conto di un apparire scenico unto di espressività raggelante misteri seducenti. La leader del gruppo fa arieggiare melanconicamente e premesse rivolte ai patiti del genere, che si ripercuote non rischiando di manomettere una messa sinfonica nei punti offensivi, cardini dell’elemento “natura”, incolore. Gli archi bruciano di un candore riassunto magicamente quando pare che non si abbia più nulla da dire all’immagine del Creato, alla finestra di una mortificante leziosità di luogo dimesso. Il residuale è quindi incrollabile, immobile come un risiedere ai Sali e scendi del bianco e nero fisionomico. La cavernosità, tipica del diabolico output contestuale, si rischiara come se si tendesse infine ad una sperimentale ma truculenta circostanza esistenziale.                         Vincenzo Calò VOTO:8-/10

VERDENA.“Wow"

VERDENA.“Wow"(Universal). Il tema preponderante del primo cd è l’esitazione sfamante immagini castigate di una depravazione sentimentale, raccolta spesso e volentieri in accordi sinusoidali che sanciscono il rock pulsante nelle sensazioni retrograde di esseri umani stracciati da un approccio, nella fase sperimentale, per seguire dettami morali che non sono mai passati in giudicato. Le partiture musicali permangono all’addiaccio, scontando lacrime di disperazione indifferente, di una voce che si lascia trascinare dal combattuto sound, degno cospiratore tra sporchi gioielli di un’ispirazione che affonda negli occhi dell’ascolto deciso dalla bastardaggine dormiente in fitte al cuore riprese come vuoti armonici tra le tracce, di un singulto elettrico e reale elevato alla percussione, mentre le tastiere focalizzano una stato di contrarietà generazionale mobilitato e quindi svanito nel potere di calamitare l’attenzione, che si allontana. Non rimane dunque che sbeffeggiare il tanto annunciato colpo di scena poi rinviato al Destino bruciante l’effetto di un ripercuotersi a vicenda che sconta nessuna anomalia di retrogusto, semmai lenti barcollamenti di grasse note di spesa su scadenzari da colorare saltandoci sopra con la sola identità del grunge, che ha il suo lato giocoso come a fingere di svariare e staccarsi dai complessi che ci facciamo spontaneamente data una fenomenologia più grande di noi, per non dire incommensurabile per le uscite tenebrose di un Inconscio devastatore di ambientazioni nervose. Nella seconda parte, una frantumata gemma di rock sinergico pare comunicare marasmi mentali alla flemma del posseduto, nella distanza assunta dal livore che canonizza l’amplesso artistico per tematiche strumentalizzabili, di un malessere che s’è visto togliere la sua causa ad effetto pigmentoso dal principio, daltonico, del sentimento in ballata spigolosa per concezioni di basso profilo che non rigano dritto, come a disegnare sull’aria respirata mostri d’indifferenza asettica, al susseguirsi di un’unicità sincopata con l’uso della batteria spazio/temporale che incatena la creatività a degli accordi elettrici privi di prospettiva intimistica, quest’ultima ritrovabile invece audacemente per tastiere di brevissima decantazione ultradimensionale. Cenni di vicendevole superiorità svuotano sfuriate naturalizzanti una nostalgia resa di sbieco. L’incipit sonoro è adibito ad un dialogo dalle pause estremizzate dalla fatica di sedurre la retrospettiva dell’istinto che passa, inalterabile, con lucida enfasi concertistica spianante la strada per il ritorno remoto alla concentrazione emotiva, indicata in modo stralunato e per ruggine comportamentale. Nel calderone del basso si tuffa il genio psichedelico, per rispuntare poi quando la tensione armonica scade in densità classica, riluttante, stabilendo una forte debolezza figurativa a rimettere a nudo la noia di una sagacia fulminata dal solo scopo di fermarsi a riflettere sulla generazione che ci conclude.Vincenzo Calò VOTO 8.5/10

CHALICE “Shotgun Alley/Best of”

CHALICE “Shotgun Alley/Best of”(Massacre Records) L’impatto uditivo protende verso tuoni e fulmini di arrangiamento complementare, cosicché il rock si concentra sul suo nesso fisiologico e di conseguenza visivo. Il tempo musicale avvolge il cantato, forte di una base strumentale di prodezza talmente lineare d’allungare invalidamente il sound, l’illuminazione della sua solennità retroattiva. Stracarichi da subito di desertificazioni persuasive, la band materializza il rullo compressore nell’essere ribelle, per una posa chimerica in cui rientra la constatazione amichevole dell’inanimato. Prevale per bramosia il batterista, che martella senza sbavature al posto di “non comando”, nell’ossessione celebrativa emessa da chitarre elettriche che si lasciano allisciare per intervento di recupero, ma la minaccia d’intimidazione è già compiuta, il lasso sensoriale duole al punto tale di commutarsi al pop, in una ritrosia di riferimento collegiale che ammorbidisce, invece che ammorbare con dovizia di particolari, il libero aggravio “chaliciano”. L’arbitrio elusivo nella messa in esibizione opprime la foga espressiva notoriamente edulcorata in lode mai impropria quando siamo in prossimità del metal, eppure nel dare luogo alla trasgressione manca quella stoltezza di dosaggio che rende il quadro non finito e taciuto dalla corsa al bagliore psichico (si stanca ad immaginarlo…). L’autorevolezza vocale vacilla bene, spassionatamente, specialmente in una linda fase finale di arpeggi, mentre l’incantesimo sta nel drenaggio dell’adrenalinico torpore formalizzante l’interpretazione generica, esercitato senza sperare di ottenere granché in cambio, e quindi gloriosamente. I motivi per restare nei pezzi non possono trascendere dall’idea focalizzata in rimessa, nell’originario battere e levare. La botta in testa è di dovere, ma non prefigura schianti di sovraintendimento, di modo ché la prestazione artistica si rispecchia nel suo arrivare. Nella greatest, dispiegamenti di una solidità di musicale intento riempiono le attribuzioni rivendicative dell’ideale maltolto. Lodevole la produzione, a infiocchettare in maniera più che trasparente il lavoro, lungi dunque dalle ombre del redarguirsi. I Chalice ci danno dentro, per farsi promuovere da più angolature, e sentire da una camera attigua alla loro professionalità. Il sound, elaborato senza strafare, coniuga mezzi di rottura armonica, spolverando la sagacia a ridosso di un anfratto pop, lungimirante, per una voce di gutturale perspicacia, spaziante nell’intercedere acustico suppergiù occasionale. La sessione strumentale si lascia additare nel refluire dei pezzi, e assecondare agl’incisi che sono quasi tutta opera carismatica del leader, di spiano tra il tonale e il collaborativo. Energia pudica riemerge ad amplificare la golosità di un rock a spiovere, senza fronzoli quando la materia d’argomentare è dura e perdura nello sfacelo del desiderio di contare, che punta all’intraprendenza dell’uomo nostalgico. L’acume elettrico s’intreccia brillantemente, razionalizzante il rumore di fondo della Coscienza, sull’agio della batteria che nel prendere le curve del suo slancio richiama agli effetti del tenebroso spasmo. La computa di una tattica ardimentosa rigonfia quel senso di progressive, come a dover correre per accorgersi di stare sulla propria pelle, a focalizzare l’istinto, e da qui in poi è un barcamenarsi riprovevole di tiratura conclusiva, che non risale ad un’origine confidenziale in cui affondarci le mani, ricomponibile al piano o alle tastiere, piuttosto che ai rinnegabili archi. Ci si chiede prevalentemente dove sia il bisogno di farsi valere, ripulendo così la temporaneità per corteggiare una criticità sentimentale vicina come lontana. Il genio non cambia d’imponenza, ammollando una soggezione d’autore ad ogni placcaggio dell’ascolto. Dietro sembrano starci dediche di livello contestuale, che vanno spronate affinché girino da sole in scena, nel rischio di etichettarsi che non miticizza, scacciato cogli alleggerimenti dell’onor del vero, per non dire delle hit. Il plauso per il resto del mixaggio è un segno di tic generativo, usato come strumento formidabile per provare ad esistere nelle immagini di contro. Vincenzo Calò VOTO: 8/10

SLIPKNOT "Vol.5 The Gray Chapter"

SLIPKNOT "Vol.5 The Gray Chapter" (Roadrunner Records) Il debutto dei freak dell'IOWA risale ormai al lontano 1999,e molti guardarono con sospetto questa squadra di folli armata di chitarre,dj e percussioni. Nonostante tutto,i nostri arrivano ad oggi con 4 album alle spalle,conquistando di diritto una posizione di tutto rispetto nel panorama metal mondiale. The Gray Chapter nasce con i peggiori auspici.La morte di Paul Gray nel 2010,bassista e membro storico della band,e piu' recentemente l'uscita di Joey Jordison,batterista fenomenale e fondatore del gruppo,non facevano ben sperare per la stabilita' dei restanti componenti. E invece,contro tutti i pronostici,gli Slipknot tornano con VOL.5 THE GRAY CHAPTER,dedicato,come e' evidente dal titolo,all'amico scomparso.Il successore di All HOPE IS GONE,si apre con XIX,dove la voce rabbiosa di Corey Taylor si staglia su un tappeto di rumori,chitarre acustiche,e un'atmosfera lugubre e opprimente che ci accompagnera' per tutta la durata dell'album.Con Sarcastrophe ritroviamo gli Slipknot piu' classici.Dopo un intro arpeggiato,il pezzo esplode in tutta la sua violenza.Il suono e' compresso,il basso iperdistorto,la batteria ricca di groove e stacchi repentini.AOV si presenta come una dellesong migliori del lotto,con durissime strofe quasi hardcore alternate ai ritornelli melodici ma efficacissimi,fino all'esplosione finale.Devil in I,gia' nota come primo singolo,richiama varie facce dello stile Slipknot,con l'introduzione devastante di chitarre e batteriache plana su strofe melodiche e ritornelli nu-metal.Killpop e' la traccia che piu' si discosta,almeno inizialmente,dalla band che tutti conosciamo,con l'incipit stranamente affine ai NINE INCH NAILS.Il pezzo scorre melodico e suadente sino all'inaspettato finale con assolo eurla rabbiose di Taylor.Skeptic e Lech invece richiamano IOWA in vena piu' melodica,con la prima palesemente dedicata a Paul Gray e la seconda caratterizzata da una struttura imprevedibile dall'inizio alla fine.Goodbye e' la prima ballad e funge da collegamento a Nomadic,altro pezzo da campioni dell'album,quasi una nuova LEFT BEHIND.Arriviamo alle battute finali con la splendida "The one that kills the least",con una batteria a dir poco devastante ad accompagnare gli ariosi ritornelli."Custer" e' un autentico delirio in musica fatto di urla,campionamenti,chitarre sature e cori vagamente mansoniani.I 30-35 enni di oggi andranno in visibilio ascoltando la gallina del Clementoni tra i samples del pezzo.Be prepared for hell richiama ancora l'industrial di N.I.N. e Manson e funge da intro a The Negative One,che all'interno dell'album spicca come una delle traccepiu' old school.If rain is what you want chiude il lavoro,un pezzo lento e riflessivo come il titolo lascia trasparire,un crescendo di atmosfera fino alla chiusura finale.Gray Chapter richiede attenzione e diversi ascolti,presentadosi come un unicum nel suo svolgimento,pur senza essere un concept album esi presenta senza mezzi termini come il lavoro migliore del 2014 appena concluso,mostrando una band nonostante tutto in continua evoluzione. Rosario Magazzino VOTO 9/10

LE CARTE “100”

LE CARTE “100” (LaRivolta/Zimbalam) Se vi piacciono Afterhours e Ministri, si band con la voce graffiante a tinte pop rock, be fate un pensierino per questi Le Carte. La band attiva dal 2007 si presenta con una formazione tipo se vogliamo usare un gerco calcistico, batteria, chitarra e basso ovviamente in attacco ci mettiamo la voce. Un album con diversi potenziali singoli racchiusi da giri armonici che arrivano subito all’ascoltatore. In bocca a lupo.   Antonio Di Lena VOTO 6/10

LINKIN PARK “Living Things”

LINKIN PARK “Living Things” (Warner) Sono passati quasi tredici anni dall’uscita di Hybrid Theory, e sinceramente ero convinto che con quell’album il nu metal dei Linkin Park sarebbe rimasto sempre lo stesso, invece caduti nella trappola del music business gli americani in questione hanno prodotto delle boiate atroci, uno fra tutti il cd con J-Z. Ora tornano con questo Living Things ma nulla sembra essere cambiato, per quanto si sforzino a farci capire che vogliono sembrare incazzati,  fatemi un favore cari Linkin Park se incontrate qualcuno che tredici anni fa ha aquistato Hybrid Theory statele alla larga, potrebbe essere  lui quello incazzato davvero.  Antonio Di Lena  VOTO 3/10