venerdì 16 dicembre 2016

SIRENIA “The 13th Floor”

SIRENIA “The 13th Floor” (Nuclear Blast) Una dorata coltre di nebbia svanisce per mezzo di sonorità elevate all’invocazione di anime reiette, musicate per periodi di lucidità come di eccesso, alternati con inganno artistico. Ai cori di una lirica effervescente è dato il compito di localizzare il lavoro nelle fasi concettuali, proiettato per le digressioni sanguinolente del metal lasciandosi toccare da un vanto in pillole di freschezza armonica, rigettate al minimo impatto del cantato strattonabile dalle folate di batteria. L’accelerazione è degna di un rock analogico, sostanzialmente compatto, pensato per sfondare negli spazi di sound chiusi improvvisamente da quella parentesi acustica, che pareva impensabile ma che puoi notarla in “The seventh summer”, il pezzo che per tale circospezione non riuscita si distingue in negativo. Perpetua flemma si pone in orizzontale al raziocinio degli spostamenti tra le stanze dell’intimo umidificato dal cambio delle stagioni della Vita. Gl’incisi si elasticizzano per conto di un apparire scenico unto di espressività raggelante misteri seducenti. La leader del gruppo fa arieggiare melanconicamente e premesse rivolte ai patiti del genere, che si ripercuote non rischiando di manomettere una messa sinfonica nei punti offensivi, cardini dell’elemento “natura”, incolore. Gli archi bruciano di un candore riassunto magicamente quando pare che non si abbia più nulla da dire all’immagine del Creato, alla finestra di una mortificante leziosità di luogo dimesso. Il residuale è quindi incrollabile, immobile come un risiedere ai Sali e scendi del bianco e nero fisionomico. La cavernosità, tipica del diabolico output contestuale, si rischiara come se si tendesse infine ad una sperimentale ma truculenta circostanza esistenziale.                         Vincenzo Calò VOTO:8-/10

VERDENA.“Wow"

VERDENA.“Wow"(Universal). Il tema preponderante del primo cd è l’esitazione sfamante immagini castigate di una depravazione sentimentale, raccolta spesso e volentieri in accordi sinusoidali che sanciscono il rock pulsante nelle sensazioni retrograde di esseri umani stracciati da un approccio, nella fase sperimentale, per seguire dettami morali che non sono mai passati in giudicato. Le partiture musicali permangono all’addiaccio, scontando lacrime di disperazione indifferente, di una voce che si lascia trascinare dal combattuto sound, degno cospiratore tra sporchi gioielli di un’ispirazione che affonda negli occhi dell’ascolto deciso dalla bastardaggine dormiente in fitte al cuore riprese come vuoti armonici tra le tracce, di un singulto elettrico e reale elevato alla percussione, mentre le tastiere focalizzano una stato di contrarietà generazionale mobilitato e quindi svanito nel potere di calamitare l’attenzione, che si allontana. Non rimane dunque che sbeffeggiare il tanto annunciato colpo di scena poi rinviato al Destino bruciante l’effetto di un ripercuotersi a vicenda che sconta nessuna anomalia di retrogusto, semmai lenti barcollamenti di grasse note di spesa su scadenzari da colorare saltandoci sopra con la sola identità del grunge, che ha il suo lato giocoso come a fingere di svariare e staccarsi dai complessi che ci facciamo spontaneamente data una fenomenologia più grande di noi, per non dire incommensurabile per le uscite tenebrose di un Inconscio devastatore di ambientazioni nervose. Nella seconda parte, una frantumata gemma di rock sinergico pare comunicare marasmi mentali alla flemma del posseduto, nella distanza assunta dal livore che canonizza l’amplesso artistico per tematiche strumentalizzabili, di un malessere che s’è visto togliere la sua causa ad effetto pigmentoso dal principio, daltonico, del sentimento in ballata spigolosa per concezioni di basso profilo che non rigano dritto, come a disegnare sull’aria respirata mostri d’indifferenza asettica, al susseguirsi di un’unicità sincopata con l’uso della batteria spazio/temporale che incatena la creatività a degli accordi elettrici privi di prospettiva intimistica, quest’ultima ritrovabile invece audacemente per tastiere di brevissima decantazione ultradimensionale. Cenni di vicendevole superiorità svuotano sfuriate naturalizzanti una nostalgia resa di sbieco. L’incipit sonoro è adibito ad un dialogo dalle pause estremizzate dalla fatica di sedurre la retrospettiva dell’istinto che passa, inalterabile, con lucida enfasi concertistica spianante la strada per il ritorno remoto alla concentrazione emotiva, indicata in modo stralunato e per ruggine comportamentale. Nel calderone del basso si tuffa il genio psichedelico, per rispuntare poi quando la tensione armonica scade in densità classica, riluttante, stabilendo una forte debolezza figurativa a rimettere a nudo la noia di una sagacia fulminata dal solo scopo di fermarsi a riflettere sulla generazione che ci conclude.Vincenzo Calò VOTO 8.5/10

CHALICE “Shotgun Alley/Best of”

CHALICE “Shotgun Alley/Best of”(Massacre Records) L’impatto uditivo protende verso tuoni e fulmini di arrangiamento complementare, cosicché il rock si concentra sul suo nesso fisiologico e di conseguenza visivo. Il tempo musicale avvolge il cantato, forte di una base strumentale di prodezza talmente lineare d’allungare invalidamente il sound, l’illuminazione della sua solennità retroattiva. Stracarichi da subito di desertificazioni persuasive, la band materializza il rullo compressore nell’essere ribelle, per una posa chimerica in cui rientra la constatazione amichevole dell’inanimato. Prevale per bramosia il batterista, che martella senza sbavature al posto di “non comando”, nell’ossessione celebrativa emessa da chitarre elettriche che si lasciano allisciare per intervento di recupero, ma la minaccia d’intimidazione è già compiuta, il lasso sensoriale duole al punto tale di commutarsi al pop, in una ritrosia di riferimento collegiale che ammorbidisce, invece che ammorbare con dovizia di particolari, il libero aggravio “chaliciano”. L’arbitrio elusivo nella messa in esibizione opprime la foga espressiva notoriamente edulcorata in lode mai impropria quando siamo in prossimità del metal, eppure nel dare luogo alla trasgressione manca quella stoltezza di dosaggio che rende il quadro non finito e taciuto dalla corsa al bagliore psichico (si stanca ad immaginarlo…). L’autorevolezza vocale vacilla bene, spassionatamente, specialmente in una linda fase finale di arpeggi, mentre l’incantesimo sta nel drenaggio dell’adrenalinico torpore formalizzante l’interpretazione generica, esercitato senza sperare di ottenere granché in cambio, e quindi gloriosamente. I motivi per restare nei pezzi non possono trascendere dall’idea focalizzata in rimessa, nell’originario battere e levare. La botta in testa è di dovere, ma non prefigura schianti di sovraintendimento, di modo ché la prestazione artistica si rispecchia nel suo arrivare. Nella greatest, dispiegamenti di una solidità di musicale intento riempiono le attribuzioni rivendicative dell’ideale maltolto. Lodevole la produzione, a infiocchettare in maniera più che trasparente il lavoro, lungi dunque dalle ombre del redarguirsi. I Chalice ci danno dentro, per farsi promuovere da più angolature, e sentire da una camera attigua alla loro professionalità. Il sound, elaborato senza strafare, coniuga mezzi di rottura armonica, spolverando la sagacia a ridosso di un anfratto pop, lungimirante, per una voce di gutturale perspicacia, spaziante nell’intercedere acustico suppergiù occasionale. La sessione strumentale si lascia additare nel refluire dei pezzi, e assecondare agl’incisi che sono quasi tutta opera carismatica del leader, di spiano tra il tonale e il collaborativo. Energia pudica riemerge ad amplificare la golosità di un rock a spiovere, senza fronzoli quando la materia d’argomentare è dura e perdura nello sfacelo del desiderio di contare, che punta all’intraprendenza dell’uomo nostalgico. L’acume elettrico s’intreccia brillantemente, razionalizzante il rumore di fondo della Coscienza, sull’agio della batteria che nel prendere le curve del suo slancio richiama agli effetti del tenebroso spasmo. La computa di una tattica ardimentosa rigonfia quel senso di progressive, come a dover correre per accorgersi di stare sulla propria pelle, a focalizzare l’istinto, e da qui in poi è un barcamenarsi riprovevole di tiratura conclusiva, che non risale ad un’origine confidenziale in cui affondarci le mani, ricomponibile al piano o alle tastiere, piuttosto che ai rinnegabili archi. Ci si chiede prevalentemente dove sia il bisogno di farsi valere, ripulendo così la temporaneità per corteggiare una criticità sentimentale vicina come lontana. Il genio non cambia d’imponenza, ammollando una soggezione d’autore ad ogni placcaggio dell’ascolto. Dietro sembrano starci dediche di livello contestuale, che vanno spronate affinché girino da sole in scena, nel rischio di etichettarsi che non miticizza, scacciato cogli alleggerimenti dell’onor del vero, per non dire delle hit. Il plauso per il resto del mixaggio è un segno di tic generativo, usato come strumento formidabile per provare ad esistere nelle immagini di contro. Vincenzo Calò VOTO: 8/10

SLIPKNOT "Vol.5 The Gray Chapter"

SLIPKNOT "Vol.5 The Gray Chapter" (Roadrunner Records) Il debutto dei freak dell'IOWA risale ormai al lontano 1999,e molti guardarono con sospetto questa squadra di folli armata di chitarre,dj e percussioni. Nonostante tutto,i nostri arrivano ad oggi con 4 album alle spalle,conquistando di diritto una posizione di tutto rispetto nel panorama metal mondiale. The Gray Chapter nasce con i peggiori auspici.La morte di Paul Gray nel 2010,bassista e membro storico della band,e piu' recentemente l'uscita di Joey Jordison,batterista fenomenale e fondatore del gruppo,non facevano ben sperare per la stabilita' dei restanti componenti. E invece,contro tutti i pronostici,gli Slipknot tornano con VOL.5 THE GRAY CHAPTER,dedicato,come e' evidente dal titolo,all'amico scomparso.Il successore di All HOPE IS GONE,si apre con XIX,dove la voce rabbiosa di Corey Taylor si staglia su un tappeto di rumori,chitarre acustiche,e un'atmosfera lugubre e opprimente che ci accompagnera' per tutta la durata dell'album.Con Sarcastrophe ritroviamo gli Slipknot piu' classici.Dopo un intro arpeggiato,il pezzo esplode in tutta la sua violenza.Il suono e' compresso,il basso iperdistorto,la batteria ricca di groove e stacchi repentini.AOV si presenta come una dellesong migliori del lotto,con durissime strofe quasi hardcore alternate ai ritornelli melodici ma efficacissimi,fino all'esplosione finale.Devil in I,gia' nota come primo singolo,richiama varie facce dello stile Slipknot,con l'introduzione devastante di chitarre e batteriache plana su strofe melodiche e ritornelli nu-metal.Killpop e' la traccia che piu' si discosta,almeno inizialmente,dalla band che tutti conosciamo,con l'incipit stranamente affine ai NINE INCH NAILS.Il pezzo scorre melodico e suadente sino all'inaspettato finale con assolo eurla rabbiose di Taylor.Skeptic e Lech invece richiamano IOWA in vena piu' melodica,con la prima palesemente dedicata a Paul Gray e la seconda caratterizzata da una struttura imprevedibile dall'inizio alla fine.Goodbye e' la prima ballad e funge da collegamento a Nomadic,altro pezzo da campioni dell'album,quasi una nuova LEFT BEHIND.Arriviamo alle battute finali con la splendida "The one that kills the least",con una batteria a dir poco devastante ad accompagnare gli ariosi ritornelli."Custer" e' un autentico delirio in musica fatto di urla,campionamenti,chitarre sature e cori vagamente mansoniani.I 30-35 enni di oggi andranno in visibilio ascoltando la gallina del Clementoni tra i samples del pezzo.Be prepared for hell richiama ancora l'industrial di N.I.N. e Manson e funge da intro a The Negative One,che all'interno dell'album spicca come una delle traccepiu' old school.If rain is what you want chiude il lavoro,un pezzo lento e riflessivo come il titolo lascia trasparire,un crescendo di atmosfera fino alla chiusura finale.Gray Chapter richiede attenzione e diversi ascolti,presentadosi come un unicum nel suo svolgimento,pur senza essere un concept album esi presenta senza mezzi termini come il lavoro migliore del 2014 appena concluso,mostrando una band nonostante tutto in continua evoluzione. Rosario Magazzino VOTO 9/10

LE CARTE “100”

LE CARTE “100” (LaRivolta/Zimbalam) Se vi piacciono Afterhours e Ministri, si band con la voce graffiante a tinte pop rock, be fate un pensierino per questi Le Carte. La band attiva dal 2007 si presenta con una formazione tipo se vogliamo usare un gerco calcistico, batteria, chitarra e basso ovviamente in attacco ci mettiamo la voce. Un album con diversi potenziali singoli racchiusi da giri armonici che arrivano subito all’ascoltatore. In bocca a lupo.   Antonio Di Lena VOTO 6/10

LINKIN PARK “Living Things”

LINKIN PARK “Living Things” (Warner) Sono passati quasi tredici anni dall’uscita di Hybrid Theory, e sinceramente ero convinto che con quell’album il nu metal dei Linkin Park sarebbe rimasto sempre lo stesso, invece caduti nella trappola del music business gli americani in questione hanno prodotto delle boiate atroci, uno fra tutti il cd con J-Z. Ora tornano con questo Living Things ma nulla sembra essere cambiato, per quanto si sforzino a farci capire che vogliono sembrare incazzati,  fatemi un favore cari Linkin Park se incontrate qualcuno che tredici anni fa ha aquistato Hybrid Theory statele alla larga, potrebbe essere  lui quello incazzato davvero.  Antonio Di Lena  VOTO 3/10

ALISTAR MACLEOD "Il dono di Sangue del Sale Perduto"

ALISTAR MACLEOD "Il dono di Sangue del Sale Perduto" Lì non ci sono mai stato e in futuro , di certo, non vi andrò; non importa , perché l’asperità dei luoghi, il freddo intenso delle distese ghiacciate spazzate da un vento impetuoso, l’oceano, furioso , in tempesta, la natura selvaggia ed incontaminata li ho visti e sentiti attraverso gli occhi e le parole di Alistair Mac Leod: Nova Scotia, Cape Breton, Terranova. In questa parte del pianeta, nord-est del Canada, scorre la vita di una umanità semplice e umile: pescatori, contadini di provenienza irlandese e scozzese, minatori, che parlano ancora il “ gaelico, “ lingua  che si fa strumento docile e fascinoso per  tramandare riti ed antiche tradizioni celtiche , conservarne memoria ed alimentare, così, l’illusione  di un legame ancora forte e vivo con i luoghi degli antenati. E’ di loro che Mac Leod- perfezionista accordatore- ci parla, descrivendo esistenze che hanno il sapore del fango e dell’acqua salata e non hanno mai conosciuto le abbaglianti luci delle metropoli; ci fa dimenticare, con il richiamo irresistibile delle loro parole e dei loro silenzi, l’ansia di successo e di denaro del mondo contemporaneo.  Vincenzo Zizzo

ALESSANDRA PELUSO "Ritorno Sorgente"

ALESSANDRA PELUSO "Ritorno Sorgente". A cura di Barbarah Guglielmana. Poesie belle per l’anima per lisciarla, per imbiancarla, per renderla trasparente, per ripulirla, per riamarla, e per rinascerla. La raccolta poetica ‘RITORNO SORGENTE’ della salentina ALESSANDRA PELUSO, edita da Lietocolle,  mi rianima ancora oggi a distanza di mesi, da quando ho avuto il piacere di leggerla e presentarla presso la Libreria Popolare di Milano, nel luglio scorso. Ci sono versi che non le nascosi di essere quasi gelosa di non averli concepiti personalmente; ci sono immagini che riportano alla natura incontaminata sia quella paesaggistica,  che quella intimistica; ci sono genuflessioni alla vita e rialzi del capo con una chioma di grande femminilità. La Peluso filosofa poetessa e giornalista mostra con il suo essere, e con il suo tratto, la luce interna che caratterizza il sud Italia, che io amo e di cui sento spesso la nostalgia negli occhi nelle nostre giornate buie, e spente. “La notte/ -ingannevole - a volte/ sembra un tuorlo seminato/ al buio, interminabile.”  Luce che in queste sue poesie esce dalle pagine e inonda il lettore, venendo ad aprirgli la personale serranda. In versi come: “Nella distesa d’erba e vigne/ ascolto addensarsi la libertà./ Taccio un guardare lacci lenti, / baratto di poco con la natura umile./  E’ la primavera che s’imbarazza di colori/ ho gioia semplice di bimbi nell’acqua.” si sente immediatamente il bisogno di gettarsi in braccio alla vita, di inviare queste parole in dono agli amici, laddove ci siamo stati tutti, laddove si vede l’oro, laddove si vuole il paradiso bambino, laddove sarebbe un bene indirizzarsi. Ma la poetessa sa che per quel paradiso si attraversa un inferno: “Soggiace ma tace/ contorta come un labirinto/ dipinto di rosso/ attinto... La vita incoraggiata/ prosegue ancor / legata/ allo spicchio di me proiettata... Si torna bambini/ spogli di tutte le croci.”E sarà  la stessa autrice a condurci per mano in quel viaggio, aiutandoci a svincolarci dagli ostacoli in cui inciampiamo, e forse ci fermiamo anche: “Da carne irruenta a donna solare ... mentre io sono dove? ... Dionisio apre le danze/ sveglio (non dorme) ...  ho provato una gioia sfinita... un gioco di ciglia... oppure è forza vitale che spinge/ fa affiorare passioni da mare/ l’amore d’amare....  come anche vita che cresce/ sapendo anche alzare/ le spalle... Intanto in un pomeriggio/ di solitudine ottenuta/ a morsi, lei si accarezzava... Quando l’animo sarà scalfito/ abbastanza/ da non essere io più capace di soffrire?... Sono confusa,/ fusa con me stessa/ con l’amore con l’altro.... avrei bisogno di braccia avvolgenti/ armo le mie mani...”. Alcune poesie indicano la strada in modo stupefacente ed altre in modo elementare, perché il sentimento dell’amore per la vita nelle sue forme è fatto di ovvietà e di scoperte grandi, che si trovano cercando, rovistando tra pagine di libri e pieghe di corpi, come in un’associazione forte: “Su un treno memorabile... o in un’autoconteplazione:  Qui anche una solitudine/ diventa piacere sublime... e ancora in un sbalorditivo verso d’esistenza: carezze migranti/ cercate sul viso dell’anima.” E quello che si potrebbe definire il manifesto di Alessandra si urla da sè: “E’ un piacere intenso/ incantevole, indecifrabile/  è il fiorire e rifiorire dello spirito/ di donna. Fosse la vita così/ sarebbe un’esplosione di bene,/ sorrisi, di sole ogni giorno/ e la vita, il piacere, l’amore.” “Arriverà l’alba, e la bimba/ sarà quasi cieca, giocando/ al passaggio della nuvolaglia.”

sabato 10 dicembre 2016

L'ABITUDINE (DI TORNARE) DI CARMEN CONSOLI

Lo sapevate che una delle più grandi cantautrici italiane qual è Carmen Consoli, oltre a “vedersi Masha & Orso per addormentarsi”, si occupa piacevolmente di piccoli affari di famiglia con la madre (ricordando specialmente il padre venuto a mancare sei anni fa), per definire al meglio un rinfrancante aspetto rurale, dopo essersi specializzata in imprenditoria agricola? Per sentirsi importante Carmen svolge “una vita da quartiere”, torna alla normalità raffinando quasi inconsapevolmente la sua dote artistica, l’Altro, come a prendere le distanze apparentemente, quando piuttosto v’è un ritmo diverso da cogliere nuovamente, per ristabilirsi, per un equilibrio del tutto curioso. La cantantessa è tale solo quando ha qualcosa da dire, a costo di stare lontani per un lustro, avendo una passione impossibile da pianificare, essendoci bensì suggestioni romantiche da inquadrare, per cui è necessario che il vuoto di tempo si canalizzi per far passare una quantità d’informazioni di tipo ultragenerazionale, che non rispettano i tempi stessi. La Consoli ha ricominciato a fare del sano rock con l’appoggio di musiciste energiche, oltre ai vecchi amici che la seguono da sempre, tra il pubblico. Per l’approccio al canto, ogni esperienza la segna come gli anelli in un tronco d’albero; d’altronde l’umanità si rispecchia in ciò che accade, aspirando al cambiamento, a un segnale dell’evoluzione in cui dover credere liberamente… senza seguire le regole del mercato, ovvero facendo la vita per un fondamento sempre nuovo, per quel cumulo di emozioni da mutare in arte, come mamma e artista, tipo “quella di… passare dalla taglia 38 alla 42”! Oddio, non occorre essere genitori biologici, gli ormoni non fanno la differenza; per divenire “generatrice” Carmen è come se stesse tuttora adoperando una lente che massifica ogni cosa già bella e brillante; confinata sì a seguito dei bisogni di un figlio, ma per una vista sconfinata. V’è la voglia di articolare l’andazzo quotidiano con lentezza, per alleviare gli accenti. Anche il rapporto con la parola sta cambiando; i bambini, per esempio, la scoprono in un modo straordinario. Di Carmen Consoli sappiamo infatti che scrive canzoni come nessun altro, da sempre incuriosita dal senso della parola appena imparata, rapportandosi dunque a un peso biblico, minacciato da limitazioni generiche quali sono i social network. Esprimere un commento ora è la sfida da compiere in brevissimo tempo, che si riduce per considerare esclusivamente i figli del Denaro, e proprio in barba a costoro la Consoli filosofeggia con una terra, una generazione a cui doversi affidare, senza dire quello che si pensa subito, da perfetti terroni. Il sud è lucidità, consapevolezza di un rapporto con la terra, determinante, tanto da soffrire la canzone che perde di memoria, perché la musica è sana quando guarda al proprio futuro, innovando anche con un linguaggio popolare…! Abbiamo un patrimonio genetico da cui bisogna attingere molto, per un elemento di valore, senza vergognarsi delle nostre origini, ed è per questo motivo che in Inghilterra Carmen non dà l’idea di essere una cantante italiana, e la si paragona per esempio a J. Joplin, proprio per quel modo d’essere popolare sì, ma valorizzante; “come del resto lo è anche la Taranta per il cantato salentino: con tutti quei ragazzi che ballano fino a tardi, vestiti grunge, per uscire fuori tutto ciò ch’è stipato dentro di loro, e salvarsi”. Carmen Consoli deriva da un gruppo di catanesi fermenti che hanno decretato artisticamente il futuro per una città meridionale senza che ci si dimentichi delle origini, contaminando con l’elettronica ma conoscendo i segreti della natura per arredarla al meglio; perché la natura porta regali, ha una radice che permette alla vita di proseguire per il suo corso, con tutti i colori da significare, elaborando, anche se residenti in terra straniera, per filtrare e sistemare senza che si copi niente e nessuno. Permane allora nel sud un desiderio di riscatto, di arrangiarsi con creatività, di reinventarsi senza resa, possedendo due elementi, quali possono risultare un vulcano (il Tormento) e un mare (la Quiete), per influenzare gli animi più diversi, e attrarre l’estro umano che non è tangibile, bensì poetico. Esistono dei pastori ancora che amano la poesia, grazie a una cultura alta che si riesce a mescolare con quella bassa; all’oscuro della Grammatica magari, ma di certo alla luce del Pensiero. “Per immaginare l’evoluzione della musica occorre affidarsi a dei cicli e ricicli, continuare a vivere un piccolo illuminismo augurandoci che lasci spazio al romanticismo, per la coniugazione di un’allusione mistica, cruciale”. Gli uomini si stanno identificando eccessivamente in delle macchine, pertanto serve un equilibrio tra oggetti non tangibili, che toccano l’animo umano in un altro modo, facendo vibrare corde armoniche per circondarsi del bello, e usufruendo di vocaboli desueti. “Gli uomini devono ricominciare a capire che serve del tempo fisiologico, un allungamento di tempo che fonda l’analogico col digitale per sviluppare un concetto, e scrivere dunque una canzone giustappunto per suonarla; seguendo l’esempio di Leopardi, di un poeta a cavallo tra momenti critici quali sono il dentro e il fuori di sé”. Il concetto di Velocità è sbagliato per il semplice fatto che deve essere usato invece che vissuto, come nel caso della Consoli (“L’ultimo bacio” l’ha scritta in ¼ d’ora…). I tempi si riducono ad Arte forzatamente “dopo”, d’altro canto il rapporto con l’industria musicale dipende esclusivamente dalla mancanza di tempo che favorisce dio Denaro: “un pollo lo si commercializza fregandosene della sua nascita, ossia di una visione lungimirante per valutare al meglio il denaro stesso”. Ci dobbiamo servire della velocità per arrivare in profondità, per della motivazione biologica; “sennò tagliare un pezzo dei Led Zeppelin o degli Who è solo un’offesa al buongusto; senza contare poi la funzione radiofonica di oggi, la carenza di un’informazione musicale a tutto spiano, volta a degenerare esponenti come Battiato o Guccini facendoli diventare spot pubblicitari, decisi dagli altri, da soggetti intesi come non acculturati”. “Non persiste lo spazio fisico, e guai a etichettare come tale il web che sancisce nient’altro che una perdita secca fingendo d’arricchire una generazione di passaggio a mo’ di sms, che ignora come sulla Luna forse ci si è arrivati sfruttando ¼ della capacità di un iPhone!”. Ci vuole determinazione per far piacere davvero la tecnologia, senza smarrire la coscienza umana, mettendo quindi in parallelo l’intesa tra l’illuminismo e il romanticismo con quella tra il digitale e l’analogico. “La musica, per emozionare ancora, deve rifondarsi su un brivido importante, da tenere caro mettendo magari in contrasto comicità e tragedia per un dramma esistenziale, familiare, d’affrontare rimanendo se stessi”. Fateci caso: il figlioletto della Consoli ascolta volontariamente esseri portentosi come sono stati B. Holiday, Coltraine o M. Davis; oltre ai più moderni Camper Van Beethoven, Velvet Underground e Plixies; e masticando icone italiane quali sono B. Martino o B. Lauzi. La madre intanto è tornata a suonare in Power Trio, con basso, chitarra e batteria; facendo indossare vestiti diversi alla sua musica, lungi dalle etichette, rendendola corporea. L’idea è pensata ispirandosi a miti del calibro di J. Hendrix o B. B. King, cioè senza affezionarsi alla tecnica ammassando note che piuttosto vanno manipolate, modificate, con uno spiccato senso del sacrificio, e senza pensarci troppo; con un linguaggio nervoso, secco, che ridesti il genere del Soul. Il ritmo poi deve essere un gioco al massacro, si dovrebbe suonare come se si parlasse nella vita comune, infischiandosene dei giudizi, con arpeggi eleganti o fraseggi veloci dettati da un’urgenza primaria… radicale. La porta d’ingresso alla musica viene aperta salvando l’equilibrio tra la parte emotiva, col compiacimento per mezzo del proprio dolore, e l’interrogativo realizzabile dalla velocità; tornando a riassaporare l’epoca del giradischi: con l’odore dei dischi appena scartati, mentre si sognano traguardi amorosi per uno stato vitale, una condizione musicale per dare coraggio senza sottovalutarci al ritrovo degl’idoli per la percezione di chiari messaggi nutrizionali, con lo studio dei sentimenti a rendere giustizia fluidamente, senza che ci si destrutturi; “perché solo dopo viene la sintesi, essa non la si assume per principio, e a sostenerlo è una che non ha studiato Darwin, costretta ad andare dalle Orsoline!” Anche le canzonette non vanno sottovalutate, per un’evoluzione meravigliosa, com’è successo nel ‘900. Una canzone nuova per la Consoli arriva nella forma della parola cantata, venata di pensieri, dotata di una musicalità intrinseca da sfilare piano trovando gli accordi, cercando quello che può essere la Musica. Le sue parole spesso e volentieri bussano dietro le armonie: “un testo deve tramare con la musica, soprattutto con quella italiana, ch’è lunga, fitta di percorsi metrici a differenza di quella inglese ch’è tronca, bella d’istinto”. Andrebbero riprese con l’aggiunta di scorci di vita dietro le spalle, che si sviluppano intorno alla canzone grazie a un regista per niente didascalico, per una chiave di lettura non banale, se ogni tanto ci si fidasse anche della visione di qualcun altro…! *(Fonte: Convegno “Incontri d’autore: Carmen Consoli” tenutosi a Bari, in occasione del maxievento di “Medimex”, il 31-10-’15)                                                                                    Vincenzo Calò

UN CANTAUTORE DEI GIORNI NOSTRI.

Gli obiettivi di un giovane sono incontenibili per una chiara definizione, perciò costui spara, sull’impossibilità di farlo, possessività per tempi che si allungano, ma che poi si abbreviano in maniera quasi irreparabile per dare la conferma ufficiale della colpevolizzabile disponibilità ad uso socio-politico. Le conclusioni si coordinano diversamente da cosa succede all’istante, nella tensione di una realtà che non ha da trattare solo delle formalità, ma anche l’assoluto rispetto per una discussione limitabile spontaneamente con un lavoro mai lasciato incompiuto, colto al volo senza proteggersi dall’interpretazione che potrebbe essere più ampia se non ci fosse la difficoltà di smuovere pesanti critiche come a dire che dietro una voce grossa ci sia dell’altro, di più morboso dell’offerta di mediare tra punti di vista instabili. Antonio Di Lena adora intrecciare pensieri migranti, inaffidabili, coinvolgendo dei guerrafondai privi di comandante nella soluzione d’attuare per delle emergenze senza precedenti, da sostenere con pochi mezzi, e con lo sforzo logistico nella priorità della sua persona di presa a freddo pur sotto il Sole del Salento, che gli permette di acquisire quel fascino incontestabile e richiedibile da donne che non si svegliano dal torpore di uno spasimo, mirando di conseguenza alla dipendenza alla musica alternativa, quella che farebbe innescare corti circuiti ancor più dannosi per la Vita che non muta, forse perché si pecca di presunzione. La sua è una promessa versatile, che si spinge nel mondo del circo, studiando da autodidatta un sentire sofferente di crampi allo stomaco, per fronteggiare leggende grunge come il sentimento fa col nulla. Questo cantautore si sposta coi suoi piedi per rimanere sempre comunicativo, essendo bravo a riproporsi umilmente in simpatia e forte di una passione personale  che se letta come guida turistica rigeneri il tuo sangue demodé a completare l’individuo oggigiorno speciale giacché senza cura e abilità per degli ostacoli da superare con la possibilità di trovare buone idee quando nessuno sembra amarti, in riferimenti quotidiani riuniti ad instaurare l’attesa di un’emozione non da poco, che colmi la ricerca della guarigione dal disgusto per un’educazione cattolico-conservatrice di dirompente sfondo, roba da non far credere nel detto “non è mai troppo tardi”. Egli ha dovuto servire in maniera generica figure sconsacrate nel lusso sgombero d’impegno, con la complicità del silenzio di una fede nei Nirvana purificata scegliendo da che parte stare per ritrovare fame e sete di giustizia in ciascun profilo virtuale non riassumibile il tutto, mentre le divergenze di opinione continuano ad appianarsi senza ragionare più di tanto insieme all’occasione di un ricordo, compatte su ogni delicatissima delusione. I contenuti dei suoi pezzi sono prossimi al significato unitario, demoniaco, che vengono ripresi prima da una fotocamera digitale e poi in chitarra acustica o elettrica a seconda della violenza che si vuole ridicolizzare di fronte ad una crisi di valori che sottolinea oscuramente l’appariscenza di un senso di solidarietà d’assicurare con esperienza, appoggiato comunque vada da una famiglia di ritorno vasta e dimorata in piccole case, per atterrare su condanne ch’esigono spettatori, miti che confluiscono contemporaneamente in una questione di atto dovuto, spesso e volentieri inventati con un vento di riflessione pornografica ad accarezzare animali aventi la tempra assordante per trame difensive da calcetto, superiori all’indifferenza larga e leggera sul morale. Vi sarà sempre un seguito d’invidiosi a cui badare, prima di festeggiare, all’insegna di un’aderenza galeotta, la piacevolezza non raccomandabile di un interesse bruscamente riaperto sui dati che lo riguardano.                                              
Vincenzo Calò