lunedì 25 luglio 2016

Alcune parole per una vita in canzone…

Alcune parole per una vita in canzone… Durante l'inizio della fase finale del concorso "Adotta un esordiente" tenutosi a Francavilla Fontana, Paola Turci, intervistata dal presentatore Raffaele Romano, si racconta a 50 anni, quando la vita le sorride, quando una persona diventa più matura e la vita chiama a riflettere… "Mi amerò lo stesso". Questo il titolo del suo ultimo libro. La confessione, sotto forma di racconto, di una cantante che scrive per liberarsi dal peso degli errori fatti… "Ho fatto degli errori nella vita - ammette Turci -, anche in questi ultimi anni, che tenevo dentro di me perché mi pesavano. Potevo anche andare dall'analista, ma non avrebbe funzionato; mi serviva un'Italia di analisti! Volevo confessarli, esprimere pubblicamente queste cose. Quindi c'è stata questa possibilità, Mondadori mi ha invitata a scrivere la mia storia… Grazie a Enrico Rotelli! Ho voluto il suo nome in copertina perché più volte mi ha invitata a non arrendermi; perché a pubblicare i propri errori, mostrare la propria parte difettosa, non è una cosa scontata." Una scrittrice, Paola Turci, che racconta la sua storia di cantante e donna "fortunata". L'approccio con la musica inizia a 3 anni e mezzo quando "ascoltavo mia madre mentre cantava le canzoni di Mina, Ornella Vanoni, Patty Pravo" "Però per me c'era lei (sua madre) ed era lei il mio punto di riferimento. E poi riuscivo ad imparare facilmente le canzoni. Una fortuna che mi ha aiutata molto a stare dentro e vivere appieno la passione." "A 11 anni ho imparato a suonare la chitarra da sola. Facevo sempre delle scoperte… Mi occupavo solo di questo (della musica)." Un giorno "quando il professore mi ha detto "vieni a cantare da me", per interrogarmi alla cattedra, lì ho capito che quella sarebbe stata la mia vita, il mio mestiere, il mio lavoro, il mio futuro… non riuscivo a vedermi dentro un'altra situazione." "Anche io da adolescente cantavo canzoni d'amore… Alla mia età avevo Claudio  Baglioni…" ma "quando ho capito che volevo cantare le mie canzoni ho capito che non mi interessava cantare canzoni d'amore" perché "voglio che la mia musica sia qualcosa di grande, che abbracci il mondo, le persone tutte, non solo una coppia.. che non parli dello struggimento d'amore ma parli di qualcosa che coinvolga gli altri…" Inizia a delinearsi così la personalità di donna e di artista. Il suo essere universale lo si nota dal volersi raccontare apertamente a tutti e dal voler abbracciare tutti attraverso la sua arte… Anche quando questo comporta sofferenza… Un evento segna la vita di Paola Turci. Un incidente stradale in cui rimane sfigurata in faccia. "L'anno prima del mio incidente stradale - racconta - avevo temporaneamente sospeso il mestiere della musica scoprendo il teatro. Ho frequentato un corso di teatro per un anno intero ed è stato una lezione di vita enorme. Stavo iniziando a fare dei provini di attrice. Un mese prima dell'incidente ero a Cinecittà e stavo facendo un provino con Ettore Scola per un suo film, quindi ero lanciatissima. Ero convinta che da lì a breve sarebbe successo qualcosa, che avrei fatto qualche film. Avevo 29 anni. Poi c'è stato l'incidente; mi sono resa conto subito che avevo la faccia completamente aperta, ma non rotta. Una situazione molto preoccupante per i medici. Quando sono arrivata in ospedale il chirurgo che doveva operarmi ha chiesto il mio nome ed io ho risposto immediatamente "Paola Turci, la ex cantante". … "Però, quando mi sono risvegliata subito dopo l'intervento, ho fatto una riflessione su ciò che sarebbe stato in futuro. La musica non mi lascerà mai, Io non la lascerò mai anche con mezza faccia." … "Da qual giorno il sogno di fare l'attrice l'ho spento" … "Ma la musica mi è venuta subito incontro dicendomi 'non serve il nasino all'insù, non serve la perfezione per cantare, serve l'anima, serve qualcosa che provi, serve una comunicazione che è altra perché la musica è una dimensione diversa, una dimensione che non sta qui, non sta negli occhi ma è una sensazione'. Perciò dopo 31 giorni sono salita su un palco e dopo un mese e mezzo ho fatto un video della canzone che stavo promuovendo…" Un evento drammatico, dunque, che riporta Paola Turci sulla vita della musica… Ma non solo. Un evento che la fa riflettere e le fa vedere le cose in modo diverso. Come il senso della bellezza. "Mia sorella e mia mamma sono molto belle io invece ero bassina… mi chiamavano Calimero… Così io ero la sorella di Francesca, fino a 21 anni. E mi faceva piacere" ... "Quando era piccola chiedevo a mia madre "Mamma, io come sono? sono carina?", mia madre diceva "No, tu sei normale!". Da quel momento fino a quando ho avuto l'incidente mi sono sempre definita una brutta. Poi nel momento in cui ho visto il giornale con la mia foto dell'incidente ho detto "Non mi dirò più che sono un cessa". Ed ero in condizioni drammatiche con la faccia! Però lì ho capito che mi stavo sopravvalutando in bruttezza e questo non era una cosa giusta e sana da fare… Questa esperienza questo schiaffone che ho ricevuto mi ha dato la possibilità di vedere più chiaramente la vera idea di bellezza." Per tale motivo la scrittrice arriva a scrivere nel suo libro: "Gli sfregi non sono belli ma sono veri." Ecco dunque che la maturità artistica e di donna si rendono sempre più evidenti e la rendono ancora più sensibile e impegnata. Per tale motivo mentre si parla di Taranto e del suo fidanzatino musicista che la portava a mare vicino a Taranto, Paola Turci ricorda il Primo Maggio in questa città danneggiata dalle industrie. "ho partecipato al Concertone di Taranto. Il significato del concetto del Primo Maggio si trova a Taranto e non a Roma. Si parla di lavoratori e le luci si devono accendere su certi temi che riguardano il lavoro. A taranto mi sono emozionata ed ho provato quella sensazione che si dovrebbe provare quando si parla di lavoro. C'era un marea infinita di gente ed è stato toccante. Tanti e tanti messaggi, tanti manifesti in cui c'erano scritte cose drammatiche! La città di taranto è stata decimata dalla sua fabbrica! E' stato veramente molto forte, un vero Primo Maggio." Ed ancora una volta la sua sensibilità non si ferma ad un gruppo ristretto di persone ma va oltre. Incontra migliaia di persone di Taranto sul suo palco. Il suo messaggio è chiaro! Come è chiara anche quanto il presentatore le chiede di lanciare un messaggio ai giovani che l'ascoltano. "Non ho nessuno messaggio per i ragazzi." Poi rivolgendosi a loro: "Diffidate da chi lo fa. Chi sono io per dare consigli e per lanciare messaggi? Mi sento di dire solo una cosa! Sono stata molto fortunata nella vita perché ho riconosciuto la mia passione, perché ci stavo sopra, gli davo tutto il mio tempo e tutto il mio sacrificio, che non è una fatica perché è una cosa che piace." … "Quando si scopre di avere una passione, qualcosa di interessante da fare, mi viene da consigliare, se mi posso permettere, di seguirla di approfondirla e di dare tutto il possibile perché fare un mestiere che ti piace è la cosa più gratificante del mondo!" Antonio Maria Karelias

giovedì 21 luglio 2016

E anche gli Offlaga Disco Pax passarono da Francavilla Fontana.

E anche gli Offlaga Disco Pax passarono da Francavilla Fontana. 21 LUGLIO 2013 FRANCAVILLA FONTANA (BR).  E anche gli Offlaga Disco Pax passarono da Francavilla Fontana. Beh, ci sta la tensione prima del concerto quando s’è in trasferta, dal palco, vacci pure a notarla alle prove generali, coi giovani che passano velocemente domandandosi chi sono costoro, senza rivolgersi direttamente alla band, mentre i vecchi perlomeno assistono, una volta memorizzata la messa cristiana delle ore 18:00, domenicali perlopiù! E poi bisognava compilare quelle maledette schede per accontentare la Siae, dietro al banchetto gestito con cura, tra gli album e i gadget di una vita, di una rEsistenza anzi, all’apparenza fortemente ideologici… però la foto col leader Max andava fatta, e si prestò una carinissima fanciulla a scattarcela, anche se col broncio perché voleva starci dentro!Nell’attesa, con la quale si riscontrava l’umidità tipica dell’estate ad ogni gesto che ci veniva naturale, per l’autografo inizialmente, scorrevamo con la vista una lista di nomi e cognomi appuntati perbenino, ignari ancora del motivo non ci restava che prevedere la venuta in massa dei “compagni” dai paesi lontani, come se immersi in quella bottiglietta d’acqua gelata, posata inavvertitamente, tragicamente, sul poster da tramandare al prezzo di 5euro ai posteri, che riproduceva la combustione, ritrattabile, tra l’est e l’ovest espressi in fisicità opposte che trasudavano caratteri imprescindibili da guerra fredda, di atleti forzatamente pacificatori.Per aprire il concerto salirono sul palco, serenamente, due baresi con un look da centro sociale, inappellabile, ch’emersero elettrizzando la scena per un principio di sound elaborato con godibile disinvoltura, tra battiti da percepire e sintonizzare sapientemente fino a far scaturire quell’accenno di vuoto adatto alla voce da rintracciare relativamente, campionabile in un senso d’atmosfera, di storia intrinseca che se l’argomentassi sarebbe venuta meno la curiosità di chi si protrae nel mentre all’ascolto dei loro pezzi.I Redrum Alone (così si chiamano stando all’opuscolo distribuito per promuovere la terza edizione di Aperti Per Ferie, la rassegna estiva d’eventi tenutasi grazie al laboratorio urbano Inpuntadipiedi di Francavilla Fontana, in provincia di Brindisi) svoltavano lentamente ad un ritmo munito di funk e foriero di techno, che prende la testa e poi il corpo seppur il genere musicale non ti abbia mai conturbato, dipendendo, ma nemmeno tanto rispetto agli Offlaga Disco Pax, dal banchetto per affezionarcisi. L’ora fissata per l’entrata in scena dei protagonisti della serata accusò un ritardo che a definirlo classico non te ne accorgevi, ma importava poco, era comunque bello vedere e osservare gli Offlaga profilarsi con un componente per volta dal retropalco non mettendo pressione, consci del fatto ch’erano bravi che andava evidenziato, a chi caratterizzava l’anteprima con spedita autosufficienza, prendendosi il gusto, e, badate bene, non il lusso, di promettere per quasi mezzora che l’avrebbero finita, ad un microfono tendente al volume studiato per il buon esito del loro minilive, ma dimenticato di rimodulare per la frammentarietà delle presentazioni ufficiali, cosicché il nome del duo mutava incomprensibilmente fino a riderci sopra!Stavamo pregustando oramai l’aderenza al pensiero minimalista firmato Offlaga Disco Pax, per prospettive delineate da complessare giustappunto, decantando attribuzioni che suscitano ilarità suppergiù, con la malinconia che regge la descrizione di un dato paesaggio intuibile tanto per l’epoca (come se distante anni luce, di compiuta funzionalità sociale) quanto per un conforto fortemente carismatico.Se l’interpretazione si concentrava su testi vissuti, l’orgoglio si mostrava alzando quelli sacri, per esempio le Pagine Gialle di Reggio Emilia, ad un passo dal demenziale quindi, per un’esibizione convincente, dal repertorio artistico comprovato come a riprodurre il tempo di una sigaretta accesa, che lo strumentista, mica da ridere, spalleggiante Max alla sua sinistra, d’altronde fumava (non era assolutamente da meno l’altro posizionatosi a destra!). All’accatastarsi dei fogli fissati ai lati con fermagli colorati annunciando il pezzo che veniva, sul leggio tenuto a tratti in pugno, impattavi con della smisurata compostezza scenica, perché non si cantava ma si parlava, anche solo con le espressioni del volto che non tradiva l’impegno per cosa si faceva, per riscoprirsi illuminati dalla società trascorsa, musicato con un’elettronica che incideva dal preludio per poi amplificarsi delicatamente, sotto i riflettori che gettavano una luce caleidoscopica ma flebile al sussulto del rock rievocante i Depeche Mode, alla proiezione della frequenza sonora in cortometraggi, sullo sfondo. Durante il live le chitarre venivano scambiate con Max che faceva da intermediario tra i suoi musicisti, questo siparietto lo si riproponeva, era evidente quanto le maglie nere che indossavano con la scritta “partigiano reggiano” senz’alcun timore di non venir compresi, dato che come minimo dovevano ringraziare per il supporto reale alcuni appartenenti al gruppo ultras della Reggiana, come lo sono del resto loro, avendolo pure ribadito con lo sventolio della bandiera giunta poi sul palco. Riconoscenze di una simpatia spontanea, nell’indipendenza, improrogabile, dai rumori della movida complice del potere avverso, di cui tornavi ad accorgertene esclusivamente da sfigato cittadino, uscendo dalla misura di quello spiazzo nel centro storico, al calar della notte, dimenticando magari che quella lista di nomi e cognomi appuntati perbenino da Max riguardava i fan, e andava letta ai ringraziamenti finali…! Vincenzo Calò

sabato 16 luglio 2016

UN CANTAUTORE DEI GIORNI NOSTRI

UN CANTAUTORE DEI GIORNI NOSTRI. Gli obiettivi di un giovane sono incontenibili per una chiara definizione, perciò costui spara, sull’impossibilità di farlo, possessività per tempi che si allungano, ma che poi si abbreviano in maniera quasi irreparabile per dare la conferma ufficiale della colpevolizzabile disponibilità ad uso socio-politico. Le conclusioni si coordinano diversamente da cosa succede all’istante, nella tensione di una realtà che non ha da trattare solo delle formalità, ma anche l’assoluto rispetto per una discussione limitabile spontaneamente con un lavoro mai lasciato incompiuto, colto al volo senza proteggersi dall’interpretazione che potrebbe essere più ampia se non ci fosse la difficoltà di smuovere pesanti critiche come a dire che dietro una voce grossa ci sia dell’altro, di più morboso dell’offerta di mediare tra punti di vista instabili. Antonio Di Lena adora intrecciare pensieri migranti, inaffidabili, coinvolgendo dei guerrafondai privi di comandante nella soluzione d’attuare per delle emergenze senza precedenti, da sostenere con pochi mezzi, e con lo sforzo logistico nella priorità della sua persona di presa a freddo pur sotto il Sole del Salento, che gli permette di acquisire quel fascino incontestabile e richiedibile da donne che non si svegliano dal torpore di uno spasimo, mirando di conseguenza alla dipendenza alla musica alternativa, quella che farebbe innescare corti circuiti ancor più dannosi per la Vita che non muta, forse perché si pecca di presunzione. La sua è una promessa versatile, che si spinge nel mondo del circo, studiando da autodidatta un sentire sofferente di crampi allo stomaco, per fronteggiare leggende grunge come il sentimento fa col nulla. Questo cantautore si sposta coi suoi piedi per rimanere sempre comunicativo, essendo bravo a riproporsi umilmente in simpatia e forte di una passione personale  che se letta come guida turistica rigeneri il tuo sangue demodé a completare l’individuo oggigiorno speciale giacché senza cura e abilità per degli ostacoli da superare con la possibilità di trovare buone idee quando nessuno sembra amarti, in riferimenti quotidiani riuniti ad instaurare l’attesa di un’emozione non da poco, che colmi la ricerca della guarigione dal disgusto per un’educazione cattolico-conservatrice di dirompente sfondo, roba da non far credere nel detto “non è mai troppo tardi”. Egli ha dovuto servire in maniera generica figure sconsacrate nel lusso sgombero d’impegno, con la complicità del silenzio di una fede nei Nirvana purificata scegliendo da che parte stare per ritrovare fame e sete di giustizia in ciascun profilo virtuale non riassumibile il tutto, mentre le divergenze di opinione continuano ad appianarsi senza ragionare più di tanto insieme all’occasione di un ricordo, compatte su ogni delicatissima delusione. I contenuti dei suoi pezzi sono prossimi al significato unitario, demoniaco, che vengono ripresi prima da una fotocamera digitale e poi in chitarra acustica o elettrica a seconda della violenza che si vuole ridicolizzare di fronte ad una crisi di valori che sottolinea oscuramente l’appariscenza di un senso di solidarietà d’assicurare con esperienza, appoggiato comunque vada da una famiglia di ritorno vasta e dimorata in piccole case, per atterrare su condanne ch’esigono spettatori, miti che confluiscono contemporaneamente in una questione di atto dovuto, spesso e volentieri inventati con un vento di riflessione pornografica ad accarezzare animali aventi la tempra assordante per trame difensive da calcetto, superiori all’indifferenza larga e leggera sul morale. Vi sarà sempre un seguito d’invidiosi a cui badare, prima di festeggiare, all’insegna di un’aderenza galeotta, la piacevolezza non raccomandabile di un interesse bruscamente riaperto sui dati che lo riguardano.                              
Vincenzo Calò

MARLENE KUNTZ. "Canzoni per un Figlio"

MARLENE KUNTZ. "Canzoni per un Figlio". (SonyMusic/Columbia). S’implica nelle persone che indichi una capacità psicologica, poesia che si forbisce in musica di eccessivo appoggio o svincolo per avere una ragione d’esistere che sciolga speranze d’investimento in mezzo alla freddezza dei fiati per esempio, scambiate per la faciloneria delle menate sul benessere, ma nuovi punti di vista si stanno rivelando lavorando sulla pelle, mentre s’è stilisticamente stanchi di concedersi per inciso nelle tracce. Il problema di come risultare felici torna come l’appetito tra le lontananze e le diversità, in un minimalismo seccato, invasivo. Alla stregua di un accordo classico rimani predisposto a godere il trucco per divenire ricchi e rispiegare ai giovani come criticare indipendenze invisibili per l’età, che centrano nulla con un andare controcorrente, elettrico. La presunzione è puntata sul macrosistema delle interpretazioni perdute in una specie di lealtà sonora che pare serena ma che invece non dà il via libera alla nobiltà d’animo. Intimità in parallelo tentano di ricostituire un volo, un’eredità tra le speculazioni industriali, con la bellezza che non deve scadere mai, che ha preso mano con una tonalità dolceamara. In un riflesso di rock che muore ci controlliamo l’ego per un insieme di prospettive impensabili se non soddisfi l’importunità dei significati nelle rimembranze pianistiche o per tastiera, al mutare delle sottrazioni evolutive come armonia, ascoltando i ricordi della naturalezza di un impegno da salvare invece fregiandosi dei consigli su come gestire dei debiti che affascinano il quotidiano, il modo per comunicare delle precisazioni sull’accesso alle proposte di mercato, ai discorsi da generalizzare per capire i fenomeni di condivisione e avventurarsi in vicende dal guadagno spassionato, a contestualizzare i propri insani successi, pimpanti nelle sfumature di percussione, senza il permesso di essere reali, d’imprecare per ogni valore che impatta sulle espressioni di un’epoca ancor più velocizzata, non più a ridosso delle stagioni del cuore. Un taglio alla personalità si rivede nel Creato, le oasi per il piacere del relax sono condizionate da una ruvidezza intesa come band, ritenute oscene per rinunce assolute, per una voce di striscio, ma comunque ispirata, specialmente su archi sordidi che lentamente i Marlene sferzano con l’anomalia sentimentale per una produzione regale, by Gianni Maroccolo…una serie di patti stipulati col demone dell’alternativo, compresso, impresso sulla fronte. Vincenzo Calò VOTO 8+/10

ETERNALKEYS“ Arcanum Secret”

ETERNALKEYS“ Arcanum Secret” (Autoproduzione) In un bel respiro profondo ci si dà altro tempo. La tentazione di sconvolgere va tenuta in mente per fare impressione musicalmente, aguzzando la vista, altrimenti siamo una cosa da niente, da stilizzare per una diversità atmosferica nella quale immergersi piano. Nella percezione di una dimensione propria esprimi un esempio di bene ottenebrato, scivoli su una specie di anarchia, coi brividi per qualunque osservazione, come se le ribolliture elettroniche non bastassero mai e facessero terapeutico disordine. La convinzione per riaprire immagini vincenti ma imposte negativamente si perde nella sua struttura vergine, e chiedi dunque con forza l’impossibile per far emergere dei contenuti, provocare ragionamenti a pezzi di confine. Le ripartenze si stabiliscono all’altezza del bisogno di sviluppare intese tra sfaccettature orchestrali quando quest’ultime non fanno più pressione, pensando di raddrizzare dei piaceri, qualcosa che trovi nel gotico della chiave poggiata sull’iniziativa del singolo individuo. Le linee tracciate per l’Essere sono scelte di un tempo chiaro, analizzato alternativamente, a suon di distanze. Ricrei attrazione per un obiettivo aderente, tendente al sonoro, con la promessa della qualità per un segnale di fatto complessato da una fase di caratterizzazione, tanto ovvia quanto eterna, di uno spazio di sicurezza per prenderci come sfoghi senza quella propensione a stimare la risposta all’incanto tra la vita e l’ambiente, per attraversare bellezze condivisibili, il newage ancora da razionalizzare col tatticismo di pulsazione techno, con la forza d’esistere e quindi di mettere da parte un blocco di componenti aggiuntivi.TRACKS: Letters and Pages/Second War/Parallelives/Memories Gone/Dragon’s Gate/Future City/Farewell To Childhood/Monumental Sign/Glacial Wind/TrainBridge                                                        Vincenzo Calò VOTO: 7/10

VERDENA.“Wow”

VERDENA.“Wow"(Universal). Il tema preponderante del primo cd è l’esitazione sfamante immagini castigate di una depravazione sentimentale, raccolta spesso e volentieri in accordi sinusoidali che sanciscono il rock pulsante nelle sensazioni retrograde di esseri umani stracciati da un approccio, nella fase sperimentale, per seguire dettami morali che non sono mai passati in giudicato. Le partiture musicali permangono all’addiaccio, scontando lacrime di disperazione indifferente, di una voce che si lascia trascinare dal combattuto sound, degno cospiratore tra sporchi gioielli di un’ispirazione che affonda negli occhi dell’ascolto deciso dalla bastardaggine dormiente in fitte al cuore riprese come vuoti armonici tra le tracce, di un singulto elettrico e reale elevato alla percussione, mentre le tastiere focalizzano una stato di contrarietà generazionale mobilitato e quindi svanito nel potere di calamitare l’attenzione, che si allontana. Non rimane dunque che sbeffeggiare il tanto annunciato colpo di scena poi rinviato al Destino bruciante l’effetto di un ripercuotersi a vicenda che sconta nessuna anomalia di retrogusto, semmai lenti barcollamenti di grasse note di spesa su scadenzari da colorare saltandoci sopra con la sola identità del grunge, che ha il suo lato giocoso come a fingere di svariare e staccarsi dai complessi che ci facciamo spontaneamente data una fenomenologia più grande di noi, per non dire incommensurabile per le uscite tenebrose di un Inconscio devastatore di ambientazioni nervose. Nella seconda parte, una frantumata gemma di rock sinergico pare comunicare marasmi mentali alla flemma del posseduto, nella distanza assunta dal livore che canonizza l’amplesso artistico per tematiche strumentalizzabili, di un malessere che s’è visto togliere la sua causa ad effetto pigmentoso dal principio, daltonico, del sentimento in ballata spigolosa per concezioni di basso profilo che non rigano dritto, come a disegnare sull’aria respirata mostri d’indifferenza asettica, al susseguirsi di un’unicità sincopata con l’uso della batteria spazio/temporale che incatena la creatività a degli accordi elettrici privi di prospettiva intimistica, quest’ultima ritrovabile invece audacemente per tastiere di brevissima decantazione ultradimensionale. Cenni di vicendevole superiorità svuotano sfuriate naturalizzanti una nostalgia resa di sbieco. L’incipit sonoro è adibito ad un dialogo dalle pause estremizzate dalla fatica di sedurre la retrospettiva dell’istinto che passa, inalterabile, con lucida enfasi concertistica spianante la strada per il ritorno remoto alla concentrazione emotiva, indicata in modo stralunato e per ruggine comportamentale. Nel calderone del basso si tuffa il genio psichedelico, per rispuntare poi quando la tensione armonica scade in densità classica, riluttante, stabilendo una forte debolezza figurativa a rimettere a nudo la noia di una sagacia fulminata dal solo scopo di fermarsi a riflettere sulla generazione che ci conclude.                                                                                
VOTO 8.5/10 Vincenzo Calò

venerdì 15 luglio 2016

Veronica Marchi

L’ispirazione può venire condannata al buonsenso? Ti è capitato di prendere delle difficili decisioni artistiche? Più che altro si rischia qualche
volta di autocensurarsi, per paura di dire la verità. A me è capitato qualche volta, e trovo che sia liberatorio riuscire a centrare ilbersaglio, dire quello che si pensa, quello che si sente davvero... Impresa ardua. Nel mondo della musica, i risvegli epocali vanno pretesi ad ogni costo? La loro lentezza dipende da fin troppi riferimenti esterni? Di chi ci dobbiamo ancora stupire? Secondo me bisogna partire dal presupposto che siamo tutti diversi, per forza. Non c'è clonazione, si rischia qualche volta di desiderarla imitando dei modelli, ma ognuno di noi metterà sempre qualcosa di nuovo in quello che fa proprio perché siamo tutti diversi l'uno dall'altro. A me non spaventa l'idea che il meglio sia già stato inventato, non perché mi accontenti di non poter essere ad esempio Paul McCartney, ma perché sono felice di chi sono io. Secondo te come si ottiene un rapporto equilibrato, continuativo con la parola cantata? Amandola, come tutte le cose della vita. Devi essere pronto a soffrire, a offrire. come in Amore. Mentre suoni uno strumento quando perdi la cognizione del Tempo? Totalmente, è l'unico momento in cui mi eclisso. Non si è mai troppo grandi per…? ... tornare a studiare...! La tua composizione necessita di un contesto abitativo? Sì assolutamente, più come luogo della scrittura in sé. Le idee partono camminando, correndo, guidando, ma poi le devo necessariamente vomitare in casa, seduta sulla scrivania. Credi che le vie di entrata e di uscita dal successo coincidono? Dipende da cosa si intende per "successo", perché per me il successo è sentirsi soddisfatti e appagati in quello che si fa, quindi perché uscirne? Fino ad oggi ce ne sono successe di tutti i colori da non trovare più un elemento compensatorio? C'è sempre un modo per rimediare.

Intervista a cura di Vincenzo Calò

SIRENIA “The 13th Floor”

SIRENIA “The 13th Floor” (Nuclear Blast)
Una dorata coltre di nebbia svanisce per mezzo di sonorità elevate all’invocazione di anime reiette, musicate per periodi di lucidità come di eccesso, alternati con inganno artistico. Ai cori di una lirica effervescente è dato il compito di localizzare il lavoro nelle fasi concettuali, proiettato per le digressioni sanguinolente del metal lasciandosi toccare da un vanto in pillole di freschezza armonica, rigettate al minimo impatto del cantato strattonabile dalle folate di batteria. L’accelerazione è degna di un rock analogico, sostanzialmente compatto, pensato per sfondare negli spazi di sound chiusi improvvisamente da quella parentesi acustica, che pareva impensabile ma che puoi notarla in “The seventh summer”, il pezzo che per tale circospezione non riuscita si distingue in negativo. Perpetua flemma si pone in orizzontale al raziocinio degli spostamenti tra le stanze dell’intimo umidificato dal cambio delle stagioni della Vita. Gl’incisi si elasticizzano per conto di un apparire scenico unto di espressività raggelante misteri seducenti. La leader del gruppo fa arieggiare melanconicamente le premesse rivolte ai patiti del genere, che si ripercuote non rischiando di manomettere una messa sinfonica nei punti offensivi, cardini dell’elemento “natura”, incolore. Gli archi bruciano di un candore riassunto magicamente quando pare che non si abbia più nulla da dire all’immagine del Creato, alla finestra di una mortificante leziosità di luogo dimesso. Il residuale è quindi incrollabile, immobile come un risiedere ai Sali e scendi del bianco e nero fisionomico. La cavernosità, tipica del diabolico output contestuale, si rischiara come se si tendesse infine ad una sperimentale ma truculenta circostanza esistenziale.
Vincenzo Calò VOTO:8-/10

GIUSEPPE GIOIA “Favole a vapore EP”

GIUSEPPE GIOIA “Favole a vapore EP” (DEMO) Dinamismo interiore mai del tutto focalizzato nell’accendi & spegni dei piatti, armonici tempi del Divenire, mentre le parole fluttuano nella forma, dipese dal vanto sentimentale che s’intende prefigurare con la pazienza che trasmette il senso del tatto alle chitarre. L’invito al disincanto svuota un ragazzo che vale a dire incompreso se soggetto al silenzio delle emozioni, e si protrae per un alito di psiche, in stantia, regressiva protuberanza. Il salvacondotto galleggia nell’ostinazione culturale, non dando adito così al contraltare ammissibile per relativo impiego. Emerge allora la fede per un arcobaleno interpretativo baluginante solidarietà, che pare in eterno stand-by sentendola individualmente invidiabile tra le tracce frammentarie per una stretta al cuore che comporta all’aria pura il segno mortale, glorificante al riflesso dell’ingenuità artistica. TRACKS: Intro (scherzo del re)/Favole a vapore/Nemesi/ Sabbia sterile/ Acquaribleria/ Un’altra notte e poi mai più Vincenzo Calò VOTO: 6.5/10

CHALICE “Shotgun Alley/Best of”

CHALICE “Shotgun Alley/Best of”(Massacre Records) L’impatto uditivo protende verso tuoni e fulmini di arrangiamento complementare, cosicché il rock si concentra sul suo nesso fisiologico e di conseguenza visivo. Il tempo musicale avvolge il cantato, forte di una base strumentale di prodezza talmente lineare d’allungare invalidamente il sound, l’illuminazione della sua solennità retroattiva. Stracarichi da subito di desertificazioni persuasive, la band materializza il rullo compressore nell’essere ribelle, per una posa chimerica in cui rientra la constatazione amichevole dell’inanimato. Prevale per bramosia il batterista, che martella senza sbavature al posto di “non comando”, nell’ossessione celebrativa emessa da chitarre elettriche che si lasciano allisciare per intervento di recupero, ma la minaccia d’intimidazione è già compiuta, il lasso sensoriale duole al punto tale di commutarsi al pop, in una ritrosia di riferimento collegiale che ammorbidisce, invece che ammorbare con dovizia di particolari, il libero aggravio “chaliciano”. L’arbitrio elusivo nella messa in esibizione opprime la foga espressiva notoriamente edulcorata in lode mai impropria quando siamo in prossimità del metal, eppure nel dare luogo alla trasgressione manca quella stoltezza di dosaggio che rende il quadro non finito e taciuto dalla corsa al bagliore psichico (si stanca ad immaginarlo…). L’autorevolezza vocale vacilla bene, spassionatamente, specialmente in una linda fase finale di arpeggi, mentre l’incantesimo sta nel drenaggio dell’adrenalinico torpore formalizzante l’interpretazione generica, esercitato senza sperare di ottenere granché in cambio, e quindi gloriosamente. I motivi per restare nei pezzi non possono trascendere dall’idea focalizzata in rimessa, nell’originario battere e levare. La botta in testa è di dovere, ma non prefigura schianti di sovraintendimento, di modo ché la prestazione artistica si rispecchia nel suo arrivare. Nella greatest, dispiegamenti di una solidità di musicale intento riempiono le attribuzioni rivendicative dell’ideale maltolto. Lodevole la produzione, a infiocchettare in maniera più che trasparente il lavoro, lungi dunque dalle ombre del redarguirsi. I Chalice ci danno dentro, per farsi promuovere da più angolature, e sentire da una camera attigua alla loro professionalità. Il sound, elaborato senza strafare, coniuga mezzi di rottura armonica, spolverando la sagacia a ridosso di un anfratto pop, lungimirante, per una voce di gutturale perspicacia, spaziante nell’intercedere acustico suppergiù occasionale. La sessione strumentale si lascia additare nel refluire dei pezzi, e assecondare agl’incisi che sono quasi tutta opera carismatica del leader, di spiano tra il tonale e il collaborativo. Energia pudica riemerge ad amplificare la golosità di un rock a spiovere, senza fronzoli quando la materia d’argomentare è dura e perdura nello sfacelo del desiderio di contare, che punta all’intraprendenza dell’uomo nostalgico. L’acume elettrico s’intreccia brillantemente, razionalizzante il rumore di fondo della Coscienza, sull’agio della batteria che nel prendere le curve del suo slancio richiama agli effetti del tenebroso spasmo. La computa di una tattica ardimentosa rigonfia quel senso di progressive, come a dover correre per accorgersi di stare sulla propria pelle, a focalizzare l’istinto, e da qui in poi è un barcamenarsi riprovevole di tiratura conclusiva, che non risale ad un’origine confidenziale in cui affondarci le mani, ricomponibile al piano o alle tastiere, piuttosto che ai rinnegabili archi. Ci si chiede prevalentemente dove sia il bisogno di farsi valere, ripulendo così la temporaneità per corteggiare una criticità sentimentale vicina come lontana. Il genio non cambia d’imponenza, ammollando una soggezione d’autore ad ogni placcaggio dell’ascolto. Dietro sembrano starci dediche di livello contestuale, che vanno spronate affinché girino da sole in scena, nel rischio di etichettarsi che non miticizza, scacciato cogli alleggerimenti dell’onor del vero, per non dire delle hit. Il plauso per il resto del mixaggio è un segno di tic generativo, usato come strumento formidabile per provare ad esistere nelle immagini di contro.
Vincenzo Calò VOTO: 8/10